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Relazioni interpersonali (2) - corretto

Inserito da: 
Sergio Palazzi

Proseguiamo il discorso precedente. Da qui in poi, è abbastanza normale che le relazioni prendano aspetti e proporzioni piuttosto diverse, in funzione del lavoro svolto, del destinatario che le deve leggere eccetera.
 
La parte descrittiva del lavoro e delle osservazioni, dove possibile, è conveniente sia sdoppiata, anche per facilitare la lettura da parte di chi vuole capire con maggiore senso critico lo svolgimento del lavoro: per poterlo riprodurre, per capire dove ci possono essere stati degli intoppi o dove bisognerà fare dei miglioramenti, eccetera.
 
Per il nostro attuale lavoro, molto empirico e qualitativo, come primo approccio alle proprietà termiche dei polimeri, la prima parte descrittiva potrebbe essere dedicata più che altro alla scelta dei materiali e a una loro descrizione, stante che poi l'esecuzione delle prove si è ridotta a ben poca cosa. La parte successiva con le osservazioni, viceversa, potrebbe avere un peso maggiore.
 
Allora: descrizione del lavoro svolto. Rileggendo la bozza della nostra relazione, come dicevamo nel testo precedente, dobbiamo verificare se ci sono, più o meno estesamente, in maniera più o meno completa, elementi come i seguenti: una descrizione del lavoro svolto, con anche una sintetica indicazione dello scopo (stavolta nel senso italiano), di quali materiali abbiamo impiegato, perché sono stati scelti; tempi, temperature, modi del lavoro, preparazione dei campioni, eccetera eccetera.
 
Dopodiché, osservazioni. I materiali all'inizio si presentavano in un certo modo... durante il riscaldamento hanno subito questa trasformazione... a queste temperature... in questo tempo (o almeno in quest'ordine)... si sono sviluppati dei vapori?... ci sono stati dei cambiamenti di colore?... si sono incendiati?... siamo riusciti a ottenere dei filamenti?... abbiamo cercato di valutare le loro proprietà?...
 
L'uso di tabelle e possibilmente di grafici diventerebbe molto comodo sia per riordinare in maniera chiara le osservazioni svolte, sia per poterle leggere e mettere a confronto con facilità. Costruire la tabella, e a maggior ragione un grafico, è meno semplice di quanto sembri, ma non è poi tanto difficile.
 
Neanche a dirlo, descrizione del lavoro e osservazioni devono trovare esatta rispondenza a quanto indicato sul quaderno. Se non altro, questo permetterà a chi corregge la relazione di andare a ricontrollare qualche punto che dovesse essere particolarmente interessante e/o di difficile comprensione.
 
A questo punto, molti si sentono in dovere di usare la famosa, famigerata, micidiale parola.
Conclusioni.
Beh, certo, dopo tutto questo lavoro vuoi non mettere delle conclusioni? Cosa abbiamo lavorato a fare?
 
La prima ragione per cui l'immancabile paragrafo intitolato "conclusioni" mi angoscia, è lo stile con cui viene scritto.
Nella parte precedente, ho notato che spesso la presentazione del lavoro (erroneamente "scopo") viene enunciata come il quadro dei buoni proponimenti che scriviamo nella letterina per babbo Natale.
Le ultime righe, spesso orrendamente prolisse, il più delle volte assumono un tono autoflagellatorio degno di un marito da soap-opera che cerca di farsi perdonare dalla moglie tradita (pur sapendo che la tradirà di nuovo il giorno dopo).
 
Possiamo provarci? "...l'esperienza non è riuscita perché non siamo riusciti a trovare i risultati che ci aspettavamo in base a quanto ci è stato detto dal prof, questo perché abbiamo commesso molti errori a causa della nostra disattenzione e non abbiamo seguito le indicazioni del libro di testo, del resto si sa che noi ragazzi siamo discoli e disattenti, abbiamo perso una grossa occasione ma ci auguriamo che, la prossima volta, se seguiremo meglio le indicazioni date dei nostri insegnanti sapremo..."
 
Il guaio è che, quando correggo sproloqui simili, non posso scrivere i commenti che ci scriverebbe il dr House.
 
Stiamo lavorando su qualcosa di scientifico-tecnico! le morali e le prediche più o meno credibili le lasciamo da parte, almeno fino a quando ci saranno espressamente richieste!
 
Ma anche chi non scrive queste ***, spesso tende a dare alla micidiale espressione "conclusioni" un significato in qualche modo alto e definitivo.  Un po' come facevano certi insegnanti di italiano di una volta con il tema: guai a chiuderlo senza un paragrafo in cui si capissero molto bene le tue idee ed i tuoi principi. Poi, una volta consegnato il tema, di tutti questi argomenti su cui ti ieri spremuto anima e meningi, con ampio scialo di retorica, non ve ne interessava più nulla, nè a te nè all'insegnante, e men che meno le tue auliche riflessioni ti avrebbero cambiato la vita.
 
...ripeto, stiamo facendo lavori scientifico-tecnici. Ogni conclusione può essere il punto di partenza per il lavoro successivo, ogni passo fatto può essere il primo di un lungo viaggio, e non è affatto detto che i passi in una direzione sbagliata o non voluta non possono, addirittura, farci scoprire qualcosa di interessante. Così come, naturalmente, anche un lavoro che ci sembra pienamente soddisfacente potrebbe non servire a nulla perché non potremmo o non sapremmo dargli qualche tipo di seguito.
Le considerazioni filosofiche sulla natura del "vero" e del "falso", nel metodo scientifico secondo Karl Popper, le possiamo rinviare a una puntata successiva.
Insomma, se proprio vi pare brutto consegnare una relazione che non contenga delle "conclusioni", limitatevi a elencare i punti salienti di quel che avete capito, di quel che non avete capito, e come ritenete si possa proseguire il lavoro. Ma anche no.
 
Ho dimenticato niente? Oh, caspita, gli elementi di base della grammatica di una comunicazione scientifica!

C'è un'antica diatriba sul fatto che le relazioni di laboratorio scolastico vadano scritte in prima persona singolare, in prima plurale o in forma impersonale passiva: per fare un esempio, "io ho pesato 2 g" [hai fatto bene], oppure "noi abbiamo lasciato ad essiccare per 1 h" [e cosa avete fatto tutti e 3 nel frattempo?], o infine "si è agitato con forza rompendo la vetreria" [complimenti!].

Personalmente, non ho nessun fastidio per l'uso della prima singolare quando il lavoro è stato svolto singolarmente da me, e per la prima plurale quando abbiamo lavorato in gruppo; usando un minimo di distacco si può evitare che assomigli a una pagina del proprio diario privato. S'intende, ovviamente, che sul quaderno di laboratorio non è ammessa nessuna forma impersonale: se una certa cosa l'ho fatta "io", è chiaro che non l'ha fatta qualcun altro, e viceversa.

C'è una cosa che invece mi sconvolge (il verbo è forte e l'uso intenzionalmente). Leggere relazioni in cui non si scrive quel che si è fatto effettivamente, coniugando opportunamente tutti i tempi e i modi del passato, ma in cui si scrive qualcosa del genere: "si pesano 2 o 3 g... si scaldano a ricadere per 5 h...", eccetera.
 
Per due ragioni. Primo, ho l'impressione che siano delle frottole. Se il lavoro l'hai veramente fatto tu, tu e solo tu sai se ne hai pesati 2, 3 o nessun grammo, quindi sei pregato di dirmelo. Dato che non stiamo mai in laboratorio per più di 3.5 h effettive,  escludo, tranne casi effettivamente motivati, che tu possa avere svolto fedelmente un lavoro che richiedeva un'intera giornata continuativa. E così via.
 
Il secondo motivo è che questo indicativo-esortativo a me suona come un imperativo decisamente fuori luogo. Voglio dire: leggendo la tua relazione mi sembra che tu stia dicendo a me quello che io dovrò fare, anziché dirmi cosa hai fatto tu di quel che io ti ho detto di fare. Sembra una istruzione normativa (dal metodo di analisi di laboratorio alla ricetta di cucina) la quale implica, tra l'altro, che d'ora in poi tutti dovranno lavorare necessariamente in quel modo, il che è tanto più imbarazzante quando la prova si è svolta per tentativi e inventando delle varianti sul momento, come nell'esecuzione di un lavoro didattico può spesso capitare.

Conclusioni?

... ohibò, ci sono cascato...

Chi ha preparato una relazione al computer, rileggendola a fronte di queste indicazioni potrà rivederla e, qua e là, eventualmente modificarla; se la relazione era già ben fatta potrebbe perderci al massimo qualche minuto. Chi invece la relazione l'avesse scritta a mano e si accorgesse di dover cambiare più di qualche parola (non usate il bianchetto negli elaborati che devono essere consegnati e restare agli atti come documento)... be', la prossima volta penserà se non valga la pena di usare il computer.
 
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La prossima puntata si intitolerà "Relazioni pericolose", perché i lettori più attenti si saranno accorti che non ho detto una sola parola sulla documentazione del lavoro dal punto di vista della prevenzione e protezione dai rischi.
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p.s.: grazie alla magica cache di Firefox ho recuperato quasi tutta la parte che avevo scritto e che si era persa, v. commento precedente. Auff!

C'è qualcosa che non mi torna..

Caro professore, in vista della verifica di domani, (molto giudiziosamente!!!!) ho deciso di riguardare questo splendido documento e ho visto qualcosa che tempo fa quando non notai........... le cito direttamente la sua frase:

"Personalmente, non ho nessun fastidio per l'uso della prima singolare quando il lavoro è stato svolto singolarmente da me, e per la prima plurale quando abbiamo lavorato in gruppo; usando un minimo di distacco si può evitare che assomigli a una pagina del proprio diario privato. S'intende, ovviamente, che sul quaderno di laboratorio non è ammessa nessuna forma impersonale: se una certa cosa l'ho fatta "io", è chiaro che non l'ha fatta qualcun altro, e viceversa. "

scusi l'impertinenza, ma.....non è stato lei a dirmi a gran voce, quando mi è capitato erroneamente di affermare di far parte di un gruppo di più elementi, che il suddetto è formato da un numero dispari di persone minore di 3?  se può chiare questo dubbio sarebbe molto gentile! I miei saluti, Tommaso Casartelli (4C1)

Lavoro di gruppo e relazioni interpersonali

Le domande pertinenti non sono mai impertinenti.

Grazie per questa, che mi è piaciuta molto, e scusa se non l'avevo vista prima (i "commenti" si aprono solo in alcune pagine e questo era su un post troppo vecchio perchè lo notassi direttamente).

Chiunque deve essere capace di lavorare in gruppo, anche il navigatore solitario che sente il suo gruppo solo per telefono, a tremila miglia di distanza. Figuriamoci se questo non deve valere per chi si occupa di scienza e di tecnica, che sono per loro natura basate sullo scambio, il confronto, la confutazione di esperienze altrui. Una delle ragioni per cui ritengo così importante e valido il percorso culturale ed educativo degli Istituti Tecnici è proprio la possibilità - anzi, l'esigenza! - di imparare a lavorare in gruppo, dividendo e coordinando il lavoro di ognuno.

Le attività che abbiamo svolto fino ad oggi in laboratorio sono nel loro insieme un reale lavoro di gruppo, perchè ci siamo divisi i compiti per raggiungere un obiettivo che sarebbe impraticabile (e forse anche inutile) per uno solo. In alcuni casi ho chiesto proprio a voi di farmi vedere come siete capaci di organizzare alcune parti del lavoro individuale o a coppie: se confronto 4C2 e 4C1, devo dire che i risultati - per ora - non sono del tutto identici .

Ma la singola parte del lavoro, il più delle volte, è stata svolta individualmente, perchè nel momento in cui si impara, così come quando ci si assume la responabilità di un risultato, il numero ideale di costituenti di un gruppo è proprio dispari ed inferiore a tre. Solo in questo modo potremo facilmente capire, ad esempio, quanto e perchè un campione sperimentale si discosti dagli altri.

Non credo che tu possa scegliere il musicista per un gruppo senza aver prima visto come se la cava quando è da solo sul palco. E se devo mandare in campo una squadra, affinchè possa giocare come un gruppo affiatato, negli allenamenti devo cominciare preparando e valutando ognuno singolarmente, per apprezzarne le caratteristiche (ed evitare che nasconda i difetti imboscandosi alle spalle di qualcun altro).

Proprio per questo, fino a che non avremo tutti la consapevolezza che ognuno di noi vale, è attento ed affidabile, si comporta responsabilmente verso di sé e verso gli altri, sarà importante che il lavoro venga svolto per la maggior parte individualmente. E lo stesso vale per le relazioni, che spesso saranno individuali anche per i lavori svolti in gruppo!

Come diceva una canzone di quando io ero piccolo, "amammo in cento l'identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra", ma "quando si muore, si muore soli".

La settimana scorsa vi ho proposto di svolgere dei lavori di approfondimento, volontariamente, autonomamente ed in più rispetto al lavoro che tutti dobbiamo fare, ed in questo caso vi avevo proprio indicato l'opportunità di lavorare in gruppo. Era il discorso del succo di pomodoro. A proposito: cosa mi avevi detto che vorresti approfondire, tu?

Ciao, ci vediamo lunedì nel nostro leggendario laboratorio dei maghi del colore.

oh, caspita...

ho provato a scrivere direttamente all'interno del word processor del sito, che non salva le modifiche intermedie fino a quando non pubblico, e tutto il resto della pagina è andato a ramengo. Scusate, vedrò se riesco a recuperarlo.


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