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L'analisi sistematica dei cationi, che capolavoro!

Inserito da: 
Sergio Palazzi

... ovvero: Why the art and craft of chemistry cannot be captured on paper?

Nei corsi di analisi chimica di terza i nostri aspiranti chimicastri dedicano ancora una certa parte dell'anno scolastico a quella che da loro viene genericamente chiamata "analisi qualitativa" ma che in realtà è "l'analisi sistematica dei cationi, secundum Bunsen, Kirchoff, Fresenius et alii", affiancata da alcuni scampoli delle analoghe analisi per via umida degli anioni nonché dei cari vecchi saggi alla fiamma.

Sono forse cinquant'anni che si discute se abbia ancora un senso proporre questa procedura all'inizio del percorso di formazione di un chimico, a fronte di obiezioni del tipo "ma nessuno più usa cose del genere nel mondo del lavoro, da decenni" (che non è così vero: in casi particolari le ho usate anch'io ed ho visto usarle da tecnici di prim'ordine) oppure, molto sensatamente, "di tutte le cose con cui si può far iniziare a maneggiare la chimica a dei ragazzini, ne potremmo scegliere alcune meno rischiose".

Io stesso ho fatto riflessioni di questo genere, al Setificio e altrove, tra gli altri con i colleghi Santangelo e Venturi; quest'ultimo, tempo addietro, fu anche coautore di un interessante manuale per rileggere tale procedura con occhi più moderni (Gianni, si riesce ancora a trovarlo?).

La mia opinione: se viene fatta a scopo puramente pratico-operativo, come si poteva fare ai tempi dei nostri nonni (che poi sono i loro bisnonni), avendo come unico obiettivo quello di saper dare "il risultato giusto", non ci dedicherei neanche un minuto.

Per i novellini ci sono cose enormemente più comprensibili, formative, sicure e "orecchiabili" come ad esempio le titolazioni volumetriche o anche le semplici caratterizzazioni fisiche e merceologiche dei prodotti di uso comune (cominciando dall'acqua salata o zuccherata).

Ma se si riesce a farne cogliere la profondità dei meccanismi chimici, a svilupparne la storia e anche la logica formale, penso che più di uno studente potrà convenire sul fatto che alcuni, io compreso, ritengano questa procedura ottocentesca una delle vere, assolute vette del pensiero umano: nella sua lineare essenzialità, nel coniugare genio, fantasia, logica e perizia manuale: come un allegretto di Mozart o la Pietà di San Pietro.

C'è sempre il dubbio che, appunto, uno studente alle prime armi sia il meno adatto per comprenderla, esattamente come è difficile che un principiante colga l'immensità di Mozart o Michelangelo; d'altro canto, però, ho volutamente fatto il confronto con capolavori che possono essere graditi e apprezzati superficialmente anche da chi non conosce tutta la raffinatezza dell'arte che ci sta dietro. Certo, sarebbe un sacrilegio presentargliela in maniera opaca, convulsa, obbligata, come in certe cattive gite scolastiche.

Su tutti i dettagli della faccenda molto è già stato scritto, e potremmo eventualmente tornarci, magari con la doverosa riflessione su qualche brano di Primo Levi (inclusa la necessità di assaggiare la carne dell'orso); per ora vi suggerisco questa lettura, che ha il titolo sopra citato e che include anche un dibattito, il cui tema è proprio: un chimico di oggi, cresciuto e formato nell'era in cui si pensa di poter studiare grandiose teorie (sulla cui correttezza ci sarebbe da discutere) e limitare la pratica del laboratorio ad imparare come si schiaccia un bottone, non è semplicemente più povero, rispetto a chi ha potuto godersi queste meraviglie tradizionali?

Non è che, non insegnandogli la bellezza del cambiamento di colore di una soluzione o dell'aspetto di un precipitato inorganico, lo priviamo di un privilegio intellettuale, oltre che dello stimolo a continuare ad imparare la chimica camminando con le sue gambe?

Lo spunto su cui chiudo ha un parallelo con l'insegnamento della letteratura italiana. Alcune persone molto consapevoli avevano proposto che, a differenza di quanto si è storicamente sempre fatto dai tempi di De Sanctis in poi, la nostra letteratura andrebbe meglio insegnata a ritroso, partendo da testi che si riferiscano a situazioni ed usino un linguaggio più vicini a noi, per poi risalire via via nelle maggiori complessità dei capolavori lontani. In altri termini, partire proprio da Levi e Buzzati, Montale ed Ungaretti, Pirandello e d'Annunzio, per poi salire verso Leopardi, Ariosto, e infine toccare la vetta di Dante e le lontane brume di Bonvesin e Guinizzelli.

La mia idea, molto semplice, è questa: perché non spostare la sistematica dei cationi verso la fine del quinto anno, magari addirittura riservandola come premio e privilegio per gli studenti più capaci e meritevoli?

Voi cosa dite (naturalmente, con voi non intendo solo gli studenti)?

 

 

un mio commento sulla povertà delle menti aride

In fondo alla pagina citata nel link ho inserito un commento molto esplicito sull'UTILITA' pratica di saper contemplare la bellezza di una soluzione che cambia colore.


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